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9月27日 Per l'occasione della Street Space ParadeIl rave è una festa, ma non nell’accezione che il termine ha comunemente assunto. E’ innegabile che la “festa” sia oramai scomparsa dalla nostra vita, sostituita dai “divertimentifici” del sabato sera, dal fanatismo sportivo, o , nel migliore dei casi, da tristi imitazioni di quelle che erano le “vere feste” dei nostri padri. Le varie sagre e fiere, nella maggior parte dei casi, del vero spirito liberatorio e anti-identitario che caratterizzava la festa in passato, hanno conservato ben poco, asservendosi così alle tristi leggi del mercato e trasformandosi spesso proprio in quei divertimentifici dai quali pretenderebbero forse di distinguersi : zucchero filato e banda non fanno una festa. “La “vera festa” è una festa totale, senza limiti, sottintende l’idea di una transe. E’ generalmente celebrata attraverso danze collettive che si concludono con transes e crisi di possessione delirante” La “vera festa” è composta da tre elementi essenziali che sono : il gioco, la rottura col quotidiano, la trasgressione. Il rave, quindi, potrebbe essere una vera festa: attraverso l’ingestione di sostanze psicotrope, o lo stordimento causato dalla stanchezza e dall’affollamento, il raver gioca con se stesso e col proprio corpo, il proprio ruolo, i propri limiti. Esso prova una vertigine ludica, che lo stordisce e gli permette di staccarsi da una quotidianità opprimente e monotona, che il gioco, fonte di vita e di crescita (il diritto al gioco non è patrimonio dei bambini!) spezza con la sua capacità quasi magica di dare spazio ai sensi e allo spirito. Ludico è il senso di estraniamento, il cambiamento nella percezione di se stessi e del mondo che spezza le regole e ne crea delle nuove, slegate dalle necessità materiali e quotidiane che , se non esorcizzate, possono rendere la vita insopportabile. Il gioco rompe le costrizioni sociali legate al ruolo, allo stato sociale, ai doveri :durante la festa ognuno può essere chiunque, e fino in fondo sé stesso. Questa sovversione e trasgressione dell’ordine sociale e dei divieti è, nel caso del rave particolarmente evidente nel caso degli illegal, in quanto in un contesto fuori dalle regole è più facile sorpassare l’ordinario. “Sin dalle origini della civiltà l' abolizione rituale-festiva delle differenze è servita al rinsaldamento dell' ordine gerarchico , a rendere accettabili le differenze stesse. Nelle complesse società occidentali di oggi l'edonismo è la forma rituale attenuata , "laica". Il techno-party gestito orizzontalmente agisce precisamente e conflittualmente su questo terreno tentando di sfondare la nozione di festa, immettendole elementi di rottura , di critica , di sperimentazione...” Ma per rompere le regole al raver basta il fatto stesso di partecipare ad un evento comunque non accettato fino in fondo dalla società in cui vive e probabilmente incomprensibile agli occhi dei genitori, della famiglia, dei colleghi di lavoro, ma sacro agli occhi degli altri raver, del gruppo, dei simili, di chi “può capire”. Il rave, come ogni festa, ha un carattere trans-sociale e trans-culturale: “(I danzatori) tentano di sfuggire alla ritmica abituale del corpo, di svuotarlo da tutto ciò che contiene, dai gesti imposti da uno status sociale o da un mestiere.” Ed è proprio questo desiderio del raver di esprimere le proprie pulsioni più profonde che il quotidiano soffoca a fare del rave una vera festa, nel senso più profondo. Come i contadini delle nostre campagne aspettavano trepidanti il dì della festa per mettere il vestito buono e dimenticare per un poco le sofferenze, così il raver aspetta la sua festa, per lasciare per un poco a casa le ansie per lo studio, i problemi di lavoro, le turbe amorose, le litigate con i genitori. “Il rave è terreno fecondo di disobbedienza identitaria-estetica rispetto alle linee esistenziali imposte.” Certo non è la stessa cosa, la cadenza dei festeggiamenti non è legata, non solo almeno, al ritmo delle stagioni, la fatica è meno grave, la povertà molto meno pesante, ma lo spirito è il medesimo, lo spirito della festa: quella trascendentalità che rende effimero ed improduttivo il tempo, che crea “solo” illusioni, desideri, vertigine. Nessuna società è o è mai stata estranea alla festa, pur se questa si manifesta in forme assai differenti. Così anche la nostra società, occidentale e disincantata, necessiterebbe di momenti di vara festa, ma le poche feste a cui assistiamo sono spesso organizzate, incanalate, addomesticate, ed hanno perduto le loro funzioni più benefiche. La “vera festa” è utile all’individuo così come al gruppo, ed è proprio per questo che riappare sotto la forma del rave : essa ha una funzione rigeneratrice che permette al partecipante di guardare la propria vita con maggior distacco, e può indurre importanti cambiamenti, ed una diversa valutazione della propria situazione. “I ravers dimostrano in effetti una rigenerazione, una purificazione, un conforto dato da questi momenti di festa. Questo “viaggio” al di fuori delle strutture e delle regole imposte dalla società libera il corpo dalle sue contrazioni.” Il rendersi comunque conto della transitorietà della festa può indurre ad uno sguardo più critico verso il proprio modo di vita e verso la società; inoltre si può parlare di una funzione unificatrice della festa: questa infatti contribuisce a rendere compatto il gruppo sociale, e risponde ad una: “Volontà di riunione, di unificazione, di eliminazione di tutti i fattori individuali o collettivi di diversità, di non conformità” Durante il rave non importa chi sei, di che colore è la tua pelle, non importano le tue preferenze sessuali, ciò che conta è “l’esser-ci con gli altri”, il confondersi, l’essere una cosa sola. Questo aspetto della festa è assai evidente nel caso del rave anche per via dell’effetto di sostanze psicotrope quali l’Ecstasy, che rispondono proprio ad una necessità di “unione” fra tutti i partecipanti, è il fenomeno del “karmacoma” di cui parlano con enfasi i ravers, quell’essere una sola cosa, che respira e si muove all’unisono, quando la festa raggiunge il parossismo. Durante la festa ha davvero poca importanza il concetto di tempo: non ha importanza ciò che accadrà domani, non conta il passato, l’unica dimensione riconosciuta è il presente: “Gli “estasiati” hanno un altro rapporto con il tempo. Non si preoccupano in genere delle ore che passano, hanno perduto la nozione comune di tempo. Dei momenti molto brevi possono sembrare loro infinitamente lunghi; inversamente passano ore senza che se ne rendano conto. Vivono essenzialmente nel presente.” I raver rivendicano insomma un diritto alla “vera festa”, che sfugga ad ogni organizzazione sociale o politica, e proprio per questo divengono bersaglio di forte repressione. La “vera festa” può essere pericolosa, ed è per questo che la nostra società non la ammette e non la tollera. Il discorso è assai diverso se si parla delle serate in discoteca, fortemente commercializzate , istituzionalizzate, controllate. Certo è discutibile il fatto che per lasciarsi veramente andare sia necessaria l’ingestione di sostanze stupefacenti: “La festa autentica non può mai essere prodotta per mezzo di catalizzatori farmacologici. E la loro assenza non impedisce la sua venuta. Lo spirito della festa, come una musa, contiene in sé la sua volontà” Certo le droghe possono aiutare a rompere con la quotidianità, rendono meno faticosa e più magica questa rottura. Il legame fra la festa e il consumo di droghe e vino è innegabile, proprio perché queto tipo di “rituale” non è ammesso durante la vita quotidiana, e non è con questa conciliabile; bisogna inoltre ricordare che le occasioni di festa per il raver possono essere assai numerose nell’arco di un mese, e pertanto l’apporto di sostanze che permettano di dimenticare la fatica diviene quasi indispensabile. Ci si può a questo punto domandare perché proprio ora, e proprio in Occidente, si assiste alla ricomparsa della vera festa. “Le feste nascono quando si passa da un sistema all’altro, da un insieme ad un altro e quando la caduta dei valori di un mondo non permette ancora di prevedere le norme del mondo che si sta preparando” Il ritorno alla necessità di una vera festa indica quindi un’insofferenza nelle giovani generazioni nei confronti del vivere quotidiano, delle regole di vita imposte, e un’incapacità del sistema di rispondere all’esigenza di cambiamento e crescita nei giovani. E se la maggior parte di questi si accontentano di ciò che la società offre loro pronto e impacchettato, i ravers non accettano forse le regole imposte, e hanno necessità di una festa vera, non preconfezionata, non banale. La nascita della festa rave segna la rottura con il divertimento istituzionalizzato, e riporta in vita la festa dei nostri avi, la festa in quanto tale, totale, esorcizzante, a volte mistica. La festa che porta a confrontarsi con i propri limiti, e con i limiti del giorno e della notte, della vita. me medesima 1997^^ |
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